Quando percorriamo il corridoio dei dolci confezionati del supermercato, ci imbattiamo spesso in confezioni che evocano atmosfere familiari e rassicuranti. Scritte come “preparato come una volta”, “ricetta della nonna” o “dolce tradizionale” catturano la nostra attenzione, facendoci percepire il prodotto come genuino, quasi artigianale. Ma quanto c’è di vero dietro queste denominazioni accattivanti? Nella maggior parte dei casi, la composizione di queste torte confezionate è tipica dei prodotti industriali da forno, con ingredienti e tecnologie molto diversi da quelli dell’analoga preparazione domestica.
Il potere delle parole sulle confezioni
La denominazione di vendita e le altre diciture in etichetta rappresentano uno degli strumenti di marketing più potenti nel settore alimentare. Quando leggiamo “torta casalinga” su una confezione industriale, il nostro cervello elabora immediatamente un’immagine di bontà genuina, di ingredienti semplici e di metodi di preparazione tradizionali. Le ricerche sull’effetto alone mostrano che termini come “tradizionale”, “artigianale”, “fatto in casa” aumentano l’aspettativa di qualità e autenticità.
Questo meccanismo psicologico è perfettamente noto alle aziende, che lo sfruttano per posizionare prodotti del tutto industriali attraverso claim volontari sulla parte frontale della confezione. Il problema fondamentale risiede nel fatto che la normativa italiana ed europea non definisce in modo univoco termini come “casalingo”, “della nonna”, “tradizionale” quando usati come claim evocativi. Il Regolamento (UE) 1169/2011 impone che le informazioni sugli alimenti non inducano in errore riguardo alle caratteristiche dell’alimento, al metodo di fabbricazione o alla natura artigianale o industriale, ma lascia ampio margine all’uso di termini evocativi. Questa zona grigia consente alle aziende di giocare con le parole, creando aspettative nei consumatori che possono non corrispondere pienamente alla realtà del prodotto.
Cosa si nasconde davvero nella lista ingredienti
La verità emerge quando ci prendiamo il tempo di leggere attentamente l’elenco degli ingredienti, obbligatorio per legge su ogni confezione di alimenti preimballati. Nelle torte confezionate si trovano spesso componenti che difficilmente compaiono nella normale cucina domestica: emulsionanti come mono e digliceridi degli acidi grassi, stabilizzanti, correttori di acidità, aromi e, in alcuni casi, miscele di grassi vegetali raffinati.
L’uso di additivi alimentari è regolato a livello europeo ed è ammesso solo se giustificato da esigenze tecnologiche come conservazione, struttura e sicurezza microbiologica, ma non corrisponde alla tipica formulazione di un dolce preparato in casa.
I grassi: il cuore del problema
Uno degli aspetti più critici riguarda proprio i grassi utilizzati nella produzione industriale di prodotti da forno. Mentre una torta preparata in casa utilizza tipicamente burro, olio di semi o olio extravergine d’oliva, le versioni confezionate ricorrono frequentemente a grassi e oli vegetali raffinati come olio di palma, olio di girasole o oli vegetali non meglio specificati, scelti per ragioni di costo, stabilità ossidativa e consistenza.
Fino a pochi anni fa, in molte categorie di prodotti industriali da forno si faceva largo uso di grassi parzialmente idrogenati, fonte di acidi grassi trans industriali, associati ad aumento del rischio di malattie cardiovascolari. L’Unione Europea ha introdotto un limite massimo di 2 grammi di grassi trans industriali per 100 grammi di grassi negli alimenti, applicabile dal 2021, riducendone drasticamente l’impiego.
Oggi, al posto dei grassi parzialmente idrogenati, si usano spesso grassi tropicali raffinati ad alto contenuto di saturi, come alcuni tipi di oli di palma o di cocco, o miscele strutturate che garantiscono simili proprietà tecnologiche ma mantengono un elevato tenore di acidi grassi saturi, la cui assunzione eccessiva è correlata a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
La dicitura generica “grassi vegetali” è consentita, ma è poco informativa per il consumatore. L’assenza di specifica può rendere più difficile valutare la qualità nutrizionale del grasso, motivo per cui gli enti di tutela dei consumatori raccomandano di preferire prodotti in cui il tipo di olio o grasso è chiaramente indicato.
Conservanti e additivi: la vita da scaffale ha un prezzo
Un dolce preparato in casa ha una durata limitata, spesso di pochi giorni, perché privo di trattamenti industriali specifici di conservazione. Le torte confezionate, invece, possono avere tempi di conservazione di settimane o mesi grazie a una combinazione di formulazione, confezionamento e, in alcuni casi, conservanti. Tecnologie come il confezionamento in atmosfera modificata, la riduzione dell’attività dell’acqua per mezzo di zuccheri o sciroppi, l’uso di grassi raffinati stabili e il controllo del pH contribuiscono ad allungare la shelf life anche in assenza di conservanti aggiunti.

Gli additivi conservanti più comuni nei prodotti da forno sono il sorbato di potassio, l’acido sorbico e i propionati come il propionato di calcio, usati in particolare per prevenire lo sviluppo di muffe. Questi ingredienti sono autorizzati dalla normativa europea e valutati come sicuri alle dosi ammesse, con dosi giornaliere ammissibili definite dall’EFSA. Tuttavia, la loro presenza in un prodotto che si presenta come “tradizionale” o “casalingo” risulta in contrasto con l’idea di preparazione domestica, dove tali sostanze non vengono normalmente utilizzate.
Come difendersi: strategie per un acquisto consapevole
La prima arma a nostra disposizione resta sempre la lettura attenta dell’etichetta. Non ci si dovrebbe fermare alla denominazione commerciale o alle immagini accattivanti sulla confezione, ma andare direttamente alla lista ingredienti e alla tabella nutrizionale. L’educazione del consumatore alla lettura critica dell’etichetta è riconosciuta come strumento chiave di promozione di scelte alimentari più sane.
Segnali d’allarme da non ignorare
- Liste ingredienti molto lunghe con numerosi additivi, sigle o denominazioni tecniche che indicano un elevato grado di trasformazione del prodotto
- Presenza di “grassi vegetali” senza ulteriore specificazione dell’origine, che non permette di valutare se si tratti di oli ricchi in saturi o di oli con profilo più favorevole
- Utilizzo di sciroppo di glucosio-fruttosio o altri sciroppi zuccherini come ingredienti principali al posto dello zucchero da tavola
- Presenza di “aromi” non specificati che, pur essendo regolamentati, non chiariscono al consumatore la composizione effettiva
- Shelf life molto lunga, di diverse settimane o mesi, associata a un prodotto morbido e non sterilizzato, che indica un’elevata trasformazione industriale
Il confronto è il vostro migliore alleato
Non conviene limitarsi a prendere il primo prodotto che attira l’attenzione. Confrontare diverse referenze, anche di fasce di prezzo differenti, è una strategia raccomandata dalle associazioni di consumatori per individuare prodotti con profili nutrizionali e liste ingredienti più favorevoli. Spesso i prodotti che puntano molto sul marketing e su claim evocativi presentano formulazioni con più additivi, zuccheri o grassi di qualità discutibile, mentre alcune linee meno pubblicizzate possono offrire liste ingredienti più corte, con grassi meglio specificati e minore uso di additivi.
La responsabilità delle istituzioni e il ruolo del consumatore
Sarebbe auspicabile un intervento normativo più stringente che regolamentasse l’uso di termini evocativi come “casalingo”, “tradizionale” o “della nonna” sulle confezioni industriali, definendo criteri minimi oggettivi come ingredienti ammessi o tipo di processo. In alcuni Paesi europei sono state avviate discussioni e linee guida sulla limitazione dei claim fuorvianti, per evitare che il consumatore venga tratto in inganno rispetto alla reale natura industriale del prodotto.
Nel frattempo, il potere resta in larga parte nelle mani di chi acquista. Ogni scelta di acquisto consapevole rappresenta un segnale di mercato indirizzato alle aziende produttrici. Studi di comportamento del consumatore mostrano che la domanda per prodotti con liste ingredienti più brevi e percepiti come “puliti” ha già spinto molte aziende a riformulare i propri prodotti riducendo additivi e migliorando la trasparenza in etichetta.
Privilegiando prodotti con liste ingredienti brevi, facilmente comprensibili e con grassi e zuccheri chiaramente specificati, anche se leggermente più costosi, si comunica al mercato una richiesta di maggiore trasparenza e qualità. La prossima volta che vi troverete davanti allo scaffale delle torte confezionate, ricordate che parole e immagini sulla confezione sono soprattutto strumenti di vendita, non garanzie di qualità o naturalità. Le informazioni più oggettive si trovano dove la legge lo impone: nell’elenco ingredienti e nella tabella nutrizionale. Imparare a leggerli richiede un piccolo sforzo iniziale, ma consente di recuperare controllo sulle scelte alimentari e di orientarsi verso prodotti più coerenti con le proprie esigenze di salute e di qualità.
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